Il Teatro dell’Invidia

Dell’invidia o del “desiderio mimetico”
Cosa accade a non essere riconosciuti per ciò che si è.

Appena nati inneschiamo quasi subito un’attitudine mimetica spontanea dentro la relazione madre/cucciolo. Essa si svolge già dall’interno attraverso i canali uditivi. Il primo organo sensoriale che si sviluppa sul feto è infatti l’orecchio il quale dopo 4/5 settimane ha già raggiunto lo sviluppo completo. Attraverso di esso il mondo esteriore dei suoni comincia ad arrivare al piccolo e, come notorio, la gamma dei suoni che ascolta e poi cercherà di riprodurre non appena nato, rappresenta il primo forte e sensibile contatto con il mondo esterno.

Una volta fuori immagini, suoni, odori, sapori ed esperienze tattili diventeranno presto materiale con cui esperire in una sorta di atteggiamento mimetico sempre più forte, volontario e infine, col tempo, consapevole. Questa attitudine mossa dai neuroni specchio è quella che ci fa imparare copiando e infine modellando, secondo le nostre caratteristiche, i nostri comportamenti, i gesti, il linguaggio, ecc. Potremmo chiamarlo un “desiderio mimetico”, una spinta spontanea ad accumulare informazioni da soggetti e oggetti disponibili a darcele ed usandoli talora in modo quasi da immedesimarsi in essi.

Nel tempo poi manifestiamo preferenze e scelte secondo il progressivo sviluppo della nostra neuropersonalità indirizzando il desiderio mimetico verso ciò che ci piace, o ci attrae a tal punto che il desiderio mimetico può trasformarsi in una sua derivazione negativa, cioè in quel sentimento non proprio positivo che ci fa desiderare essere come qualcuno, o avere qualcosa che non si ha e che qualcun altro possiede: l’invidia. L’ invidia in fondo è frutto non solo di una insoddisfazione, ma anche da una sorta di rabbia verso chi ha ottenuto un traguardo o un modo di essere che ci piace, ma che non ci appartiene.

Ma da cosa viene?

Beh a volte è una semplice attrazione, quasi un gioco che per un attimo ci catapulta nel mondo e nelle pulsioni, del sentire, dell’agire che appartengono a qualcun altro e ce le fanno desiderare. Un attimo magari e ci dimentichiamo. Diverso è quando l’attrazione, il desiderio diventano viscerali, si fissano su qualcosa non riuscendo a distogliersi.

E’ decisamente in questa incapacità di staccarsi dal desiderio di essere come qualcun altro, in questa fissazione esagerata che ha inizio un riflesso patologico della cosa che è senz’altro iscritto nelle nostre cellule anche come ricordo e tendenza. Ma c‘è altro, perché alcune dinamiche psicologiche, determinate intenzioni a cui seguono azioni sembrano non cambiare nei secoli e rivelarsi come principi del muoversi della psiche umana. Una “disposizione” quindi e un’intenzione decisamente appartenente all’ umano nel corso della sua intera esistenza. Motore positivo come sosteneva Nietsche perché propulsore in certi casi del fare meglio di ciò che abbiamo visto fare a qualcun altro.

Un motore tanto attuale adesso quanto lo era in epoche passate e quindi probabilmente produttore di tanto progresso quanto ne ha prodotto la mente umana. Insomma sembra proprio che un’intelligenza emotiva quindi serva anche a supportare quella cognitiva. Il regime capitalistico e globalizzante che mescola umanità, desideri, produzione, vendita, mercato, esalta poi alcuni aspetti di un vivere alienato in cui si arrivano ad amare le cose e ad usare le persone e non, come sarebbe logico, il contrario, cioè amare le persone e non le cose che invece sono adatte ad essere utilizzate. Questa deriva fa uscire dai limiti un “giusto” sentimento dell’invidia esagerandone gli aspetti più negativi che positivi e relativi ad una concorrenza magari sleale.

Rimanendo alle faccende umane, alla base di tanti “drammi” ed anche tragedie Shakesperiane, esiste una linea rossa che ingloba azioni e persone dentro un meccanismo comune, misurabile in invidia o nel suo opposto, e cioè l’essere solo se stessi e non altro da “sé”. Si chiama “desiderio mimetico”. Lo ha teorizzato René Girard in “Shakespeare. Il teatro dell’invidia”, un testo le cui tesi vengono riformulate in una teoria che lega insieme la società e la violenza, i rapporti umani e l’invidia”. L’ invidia, spesso scambiata erroneamente con la gelosia, è responsabile di un sentimento difficilmente denunciabile e del quale si prova vergogna, uno dei 7 vizi/peccati capitali che rode e mette in crisi chi lo muove e ne è scoperto.
In questo testo lo studioso rivela e analizza cosa lega tutta l’opera del famoso autore inglese: lo studio del desiderio e della crisi mimetica.

Il titolo del libro è di forte impatto, ma, come ammette lo stesso autore, non tutto nell’opera dell’autore inglese è riconducibile all’”invidia” e Shakespeare usa questa parola poche volte nelle sue pièces, preferendo usare l’espressione “desiderio indotto” che, però, come precisa Girard, nonostante le intenzioni del drammaturgo non è l’equivalente del desiderio mimetico. Infatti il desiderio indotto lascia intuire una passività del soggetto ricevente, mentre invece questa passività non accade mai, in quanto è necessaria una collaborazione nel ricevere lo stimolo.

Ne è un esempio Amleto in cui viene indotto dal padre il desiderio di vendicarlo uccidendo lo zio. Ed il “desiderio indotto” si interpone spesso all’interno di uno sviluppo naturale e consequenziale della personalità autentica talora con conseguenze catastrofiche. Quello che appunto capiterà ad Amleto, giovanissimo e incaricato di qualcosa che è molto lontano dalla sua essenza. Un atto di disconoscimento di quello che è la natura delicata del figlio da parte dello spettro del padre: il figlio deve desiderare di fare qualcosa che tutti desiderano che faccia, ma forse non lui. E cosa ci succede quando veniamo indotti a desiderare, fare qualcosa che non è nella nostra natura? Entriamo in crisi perché non ci sentiamo riconosciuti.

Come dimostra Girard, lo sviluppo del teatro shakespeariano è lo sviluppo del desiderio mimetico in quanto tale. In Shakespeare, “drammatico” è sinonimo di “desiderio mimetico”. Il celebre drammaturgo e poeta inglese ne tratta in tutte le sue opere. Ora in maniera più evidente, ora in maniera più celata e sottesa.

Se rapportiamo tutto questo alla nostro vivere quotidiano è abbastanza evidente come il desiderio mimetico, l’invidia, sia di fatto la prova che qualcosa in noi non si è realizzato, che non siamo stati riconosciuti come persone restando perciò vacanti di un’identità: non troviamo in noi stessi una forma riconoscibile e consapevole di possedere un’anima ed un sé. Ed è terribile perché è come essere privi di presenza reale. Ne è conseguenza il desiderare “essere” altro o altri da ciò che siamo poiché spesso i modelli di riferimento sono sprizzanti gioia di vivere e piena realizzazione. In essi vediamo una possibilità di “essere” sebbene ovviamente non possa che essere fasulla perché non creata, vissuta, agita da noi. In effetti l’ottenere ciò che l’altro ha, o ciò che l’altro è non risolve la situazione poiché quel surrogato di “essere” preso a prestito non ha autenticità (autentikos = riappriopriarsi del sé). Di qui un rincorrere altro o altri fino a raggiungere un estremo patologico che per insoddisfazione o rabbia può portare ad uccidere l’oggetto/soggetto invidiato e frutto del desiderio.

“Se ci si domanda perché si dovrebbe desiderare qualcosa altrui, Girard risponde che c’è qualcosa di insoddisfacente negli oggetti che possono essere posseduti, ma non in quelli che non possono essere posseduti ed inoltre che «Il desiderio che parla per primo si espone, e per tale motivo può divenire un modello mimetico per il desiderio che ancora non si è espresso”.

Si capisce così che essere riconosciuti fin dalla nascita resta fondamentale nella costruzione di una propria autenticità e quindi di una personalità assolutamente unica, pena il rincorrere ideali e idealità che finiscono tutte le volte per deludere allorquando entrano in nostro possesso perché frutto di un’appropriazione che non corrisponderà mai al nostro reale desiderio/essere interiore che sa chi siamo.

Fabrizio Buccianti

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