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Non Dualità: “Dentro non c’è nessuno” — Un dialogo con Dafna Moscati e Davide Cova

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C’è una domanda che, prima o poi, affiora in chiunque si fermi davvero a guardare dentro di sé: chi sono io, al di là di ciò che penso, sento e ricordo?

Non è una domanda da risolvere con la testa. È un invito a un’esperienza diretta — quella che le grandi tradizioni contemplative chiamano, in modi diversi, la realizzazione della propria vera natura.

È esattamente da qui che nasce il dialogo che il Centro Mosaica ha ospitato di recente: un incontro autentico e inatteso tra Dafna Moscati, insegnante di psicologia e filosofia buddista in chiave pratica, e Davide Cova, guida spirituale con formazione nel lignaggio Dzogchen tibetano. Due percorsi diversi, due tradizioni distinte — Advaita Vedanta e Zen da un lato, Dzogchen dall’altro — che si ritrovano a parlare, per la prima volta, dallo stesso spazio interiore.

In questo articolo raccogliamo i punti essenziali di quella conversazione: cos’è la non dualità, perché è così difficile da spiegare a parole, e come si può cominciare a farne esperienza nella vita quotidiana.


Cos’è la Non Dualità: un primo assaggio

La parola non dualità viene dal sanscrito Advaita, che significa letteralmente “non due”. Ma cosa vuol dire, in pratica?

Significa che la separazione che percepiamo — tra noi e il mondo, tra il soggetto che osserva e l’oggetto osservato, tra l'”io” e tutto il resto — non è la realtà ultima delle cose. È una prospettiva funzionale, utile per navigare la vita quotidiana, ma non la verità profonda di ciò che siamo.

Dafna Moscati, nel dialogo, propone un esercizio semplice per cominciare a intuire questa dimensione:

Prova a notare che il tuo corpo è cambiato da quando eri bambino. I tuoi pensieri cambiano, le tue emozioni cambiano. Ma c’è qualcosa che non è mai cambiato. C’è qualcosa che ha assistito a tutto questo — che ha visto te cambiare.

Quel qualcosa non è un pensiero. Non è un’emozione. Non è neanche quello che di solito chiamiamo “io”. Eppure è sempre lì. È il punto di partenza di ogni autoindagine non duale.


Due percorsi, una stessa destinazione

Uno degli aspetti più preziosi di questo dialogo è il confronto tra due tradizioni che arrivano alla non dualità da direzioni diverse.

Il percorso di Dafna Moscati: Advaita Vedanta e Zen

Dafna Moscati ha costruito il suo percorso all’interno del filone dell’Advaita Vedanta, la scuola non duale dell’induismo che ha avuto in figure come Ramana Maharshi e Papaji i suoi rappresentanti più noti nel Novecento. Parallelamente, ha vissuto anni di pratica con una maestra Zen, immersa nella via diretta dei koan — quei paradossi apparentemente irrisolvibili che puntano dritti all’esperienza oltre la mente.

Il suo approccio è pratico, non accademico. L’autoindagine che propone non è una teoria da studiare, ma un taglio netto: come diceva una delle sue prime guide, smetti di pelare la cipolla strato per strato — è un fiume infinito di lacrime. Tagliala. E dentro non c’è nessuno.

Il percorso di Davide Cova: Dzogchen tibetano

Davide proviene invece dalla tradizione Dzogchen, il filone più alto dell’insegnamento tibetano, che appartiene alla scuola Nyingma. Ha studiato per anni con il suo maestro tibetano Ciampa Ghiazzo, e gestisce oggi un centro in Umbria dove conduce pratiche e ritiri.

Lo Dzogchen, spiega Davide, appartiene alle cosiddette “vie improvvise”: non costruisce la realizzazione passo per passo attraverso pratiche graduali, ma punta direttamente a riconoscere la natura della mente così com’è, senza aggiunte o sottrazioni.

Nonostante i lignaggi diversi, i due si riconoscono immediatamente sulla stessa lunghezza d’onda. Come dice Dafna: “È la prima volta che incontro qualcuno per la prima volta attraverso lo spazio della non dualità.”


Il paradosso delle parole

Una delle tensioni più oneste di tutto il dialogo emerge quando si affronta la questione del linguaggio. Come si parla di qualcosa che, per definizione, va oltre le parole?

Davide lo dice chiaramente, quasi con umorismo:

Sono obbligato a scendere nell’arena delle parole, del logos. E lì si cristallizza la realtà. Chi mi ascolta deve saper leggere in filigrana, deve capire che il dito che indica la luna non è la luna.

È per questo che entrambi gli insegnanti ricorrono continuamente al paradosso — non come gioco retorico, ma come strumento autentico. I koan Zen funzionano proprio così: portano la mente logica a un punto di stallo, e in quel vuoto momentaneo può emergere qualcosa di diretto.

Dafna racconta un episodio illuminante: durante un ritiro, dopo giorni di lavoro sul risveglio di coscienza, si è rivolta ai partecipanti dicendo “Devo confessarvi una cosa: sono un’impostora”. Non perché stesse mentendo, ma perché nessuna parola può davvero toccare ciò di cui stava parlando. Ogni etichetta rischia di diventare un concetto, e il concetto non è l’esperienza.


Il pendolo della coscienza: umano, divino, ombra

Il dialogo si allarga poi a una riflessione che molti troveranno sorprendentemente concreta: come si vive la non dualità nel mondo reale? Come si concilia la realizzazione spirituale con la vita quotidiana — con le relazioni, con i conflitti, con la realtà socio-politica?

Davide introduce la metafora del pendolo della coscienza: nella condizione umana, la coscienza oscilla continuamente. A volte tocca stati di grande apertura e riconoscimento della propria vera natura. Altre volte si identifica completamente con la “narrazione dell’io” — il racconto personale di paure, difese, aspettative. In certi momenti scivola anche in stati più reattivi, più animali.

Questo oscillare è inevitabile, dice Davide. Ma il libero arbitrio è istante per istante: posso ricordarmi di scegliere.

L’ombra come specchio

Dafna porta la riflessione ancora più in profondità, toccando il tema dell’ombra — intesa in senso junghiano come tutto ciò che in noi stessi non vogliamo vedere, e che quindi proiettiamo fuori.

Lo spiega con l’esempio delle relazioni affettive: è facile dire “mi ha tradito”, “non capisce”. Ma il lavoro interiore autentico chiede uno spostamento di prospettiva: quella cosa che vedo nell’altro, dove la riconosco in me?

Lo stesso meccanismo vale su scala più ampia. Ciò che ci disturba del mondo esterno — le ingiustizie, le figure di potere, i conflitti — è sempre anche un invito a guardare le stesse dinamiche nella propria interiorità. Non per giustificare nulla, ma per smettere di essere in balia delle proiezioni.


Il risveglio non è riservato ai santi

Uno dei passaggi più toccanti del dialogo riguarda un rischio molto comune nei percorsi spirituali: quello di fare della coscienza superiore un premio da meritare, una meta accessibile solo a chi si comporta “bene”.

Dafna racconta di una guida che conduceva incontri in carcere, e di quanta luce avesse visto in persone con storie molto buie. Lo dice con chiarezza: il risveglio non è connesso a un premio. Non bisogna essere santi per toccarlo.

Ogni volta che cadiamo in un errore, in un senso di colpa, in una reazione che non avremmo voluto avere — la coscienza è ancora lì. È sempre lì. Il percorso non è diventare impeccabili, ma ricordarsi di tornare, ogni volta, a quel riconoscimento.

La storia Zen che chiude tutto

Il dialogo si conclude con una delle storie Zen più celebri e più semplici, condivisa da Dafna come commiato:

Un allievo supplica il maestro: “Aiutami a trovare l’illuminazione.” Il maestro lo guarda e chiede: “Hai mangiato?” “Sì.” “Allora vai a lavare la tua ciotola.”

C’è tutta la via in questo scambio. Il momento presente. L’azione semplice. La vita ordinaria come luogo del risveglio, non come ostacolo ad esso.

Cosa portarsi a casa

Se sei arrivato fin qui, probabilmente queste tematiche ti toccano in qualche modo. Non è necessario avere studiato filosofia tibetana o aver frequentato un ritiro zen per cominciare a lavorare con queste idee.

Bastano alcune domande semplici, da portare con sé nella giornata:

  • Cosa sta cambiando in me in questo momento — pensieri, emozioni, sensazioni fisiche?
  • C’è qualcosa che sta osservando tutto questo, e che rimane stabile?
  • Cosa sto proiettando sull’altro che potrei guardare in me?
  • Cosa sarebbe, adesso, la mia “ciotola da lavare”?

Non sono domande a cui rispondere con la mente. Sono inviti a sostare.

Guarda il video completo

Il dialogo integrale con Dafna Moscati e Davide è disponibile sul nostro canale YouTube. Trovi la conversazione nella sua interezza, con i timestamp per ritrovare i momenti che ti interessano di più.

👉 Guarda il video su YouTube


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